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Esiste un responsabile in grado di garantire il diritto alla felicità?

Forse molti di noi si saranno fatti questa domanda, alcuni frettolosamente, altri magari con maggiore attenzione.

Sicuramente ne sentiremo parlare tra pochi giorni, essendo il 20 Marzo la Giornata della Felicità, e potrebbe essere una buona domanda su cui soffermarsi almeno un minuto durante la pausa caffè!

Ma facciamo un passo indietro.

La Giornata è stata istituita dall’assemblea generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite nel giugno 2012, con la risoluzione A/RES/66/281.

Nel documento si legge:

“L’Assemblea generale […] consapevole che la ricerca della felicità è uno scopo fondamentale dell’umanità, […] riconoscendo inoltre di un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone, decide di proclamare il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità, invita tutti gli stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite, e altri organismi internazionali e regionali, così come la società civile, incluse le organizzazioni non governative e i singoli individui, a celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale della Felicità in maniera appropriata, anche attraverso attività educative di crescita della consapevolezza pubblica […]”.

Ogni anno l’Onu pubblica un “World happiness Report” https://worldhappiness.report, facendo riferimento anche ad aspetti di attualità che hanno condizionato lo stile di vita. All’interno dei report vengono elaborate statistiche e presentati alcuni dati, quali ad esempio la classifica dei paesi più felici o quelli con maggiori aspettative di vita, oppure vengono misurati fattori di benessere come reddito, salute, istruzione, lavoro, aspettative di vita e stato sociale, o ancora, sul fronte opposto, dati negativi come la corruzione etc. Dal 2018, per la prima volta, è stato incluso tra gli indicatori, anche la felicità degli immigrati (tema che peraltro aprirebbe altri spunti di riflessione…)

Contando che in alcuni Stati il diritto alla felicità è un elemento espressamente contemplato all’interno della propria dichiarazione di indipendenza, appare quindi lecito interrogarsi sul fatto se possa esistere o meno questo diritto alla felicità.

Da noi in Italia, che per cultura abbiamo radicato un affetto per il dogmatismo, non abbiamo articoli della Costituzione espressamente dedicati al tema, ma volendo possiamo  implicitamente includerlo all’interno dell’articolo 3, con l’espressione “nel pieno sviluppo della persona umana”, oppure richiamare occasionali menzioni dalla Cassazione in via incidentale.

In via generale, ed indipendentemente dal fatto che sia vista come un diritto o semplicemente un richiamo implicito, la ricerca della felicità rappresenta e ha sempre rappresentato lo scopo di vita dell’uomo, a prescindere dall’area geografica in cui nasce, cresce o vive.

Il tema diventa quindi quello di capire cosa sia la felicità: se un aspetto maggiormente legato all’elevazione e allo sviluppo delle persone, oppure se sbilanciato a favore dell’acquisto di beni di consumo legati alla moda del momento.

A noi piace pensare che il Welfare possa essere uno degli strumenti utili per il perseguimento della felicità, e vogliamo perciò vederlo associato allo sviluppo della persona umana, non solo alla mera soddisfazione del desiderio di possesso, legato ad esempio alla ricerca dell’ E-commerce più in voga. In definitiva, leggerlo come un’occasione per investire sulle persone ed utilizzare la premialità anche per attività sociali come lo sport, la cultura e il tempo libero. Soprattutto alla luce degli eventi che ci circondano!

Buona Felicità!

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